storia due pagina 12

41°03′47″ N - 14°19′56″ E

Il cellulare ha appena smesso di vibrare ma lo sento ancora agitarsi come qualcosa di vivo. Rileggo il messaggio una seconda volta.

Due iniziali in una sola mattina, prima S. e ora O. 
Nessuno scrive due volte con tanta fretta per puro caso. Alzo gli occhi, il corridoio della radio è deserto, c’è solo la luce fredda dei neon. Chiunque mi stia scrivendo era qui pochi istanti fa, o forse mi osserva fin da prima che andassi nell’archivio. E se quell’iniziale non appartenesse a Ottavio? Chi altri avrebbe potuto sapere di quel foglio nascosto tra gli scatoloni?

La parola Calabria, quella che ho sentito stamattina in diretta, torna a martellarmi nella mia testa. «Qualcosa è rimasto lì, sotto la sabbia». 
Risento sotto i polpastrelli la lamiera ruvida di quella scatola sotterrata tra i fichi d’India, la ruggine che si incrostava sotto le unghie e il sapore di sale secco sulle labbra mentre io e Sara giuravamo sul nostro silenzio. Non c’era sangue in quel patto, ma una vigliaccata che credevo di aver soffocato per sempre.

Inizio a scrivere con le mie dita che diventano sempre più rigide: «Chi sei? E cosa vuoi da me?»

La risposta arriva all’istante, tagliando il fiato:
«Non fare finta di non ricordare. Non qui, esci sul retro, alla scala antincendio. Ho portato ciò che non hai mai avuto il coraggio di dissotterrare.»

La porta tagliafuoco in fondo al corridoio si chiude con uno scatto secco. Un rumore metallico che vibra lungo i corrimano, qualcuno è appena sceso verso il cortile. E mentre l’ansia sale, penso persino ad Alice, a quel suo incidente improvviso che continua a non convincermi. Infilo la busta ingiallita nella borsa con le mani che tremano, afferro il cappotto dallo schienale della sedia e mi alzo.



Non resterò qui ad aspettare.

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