storia due pagina 3

40° 58′ 48.76″ N - 14° 12′ 54.57″ E

Il rumore ritmico del motore mi accompagna come un metronomo. Ho preso l’autobus, oggi. L’auto ha borbottato qualche istante, ma non c’è stato verso di farla partire. Non lascerò che mi rovini la giornata, me ne occuperò più tardi, dopo la riunione.

Le persone salgono, scendono, parlano piano. Non tutte, ma non me ne lamento. Mi piace portare via qualche pezzo delle loro storie, ricamarne trame nuove per il mio programma. Quelle più esilaranti le conservo per mia madre, nelle lunghe telefonate per aggiornarci su come va la vita, cosa mi succede. Mi infilo in quei racconti e mi entusiasmo come se fossero miei; non voglio deluderla con la mia monotonia. “Non è da te”, mi direbbe. E non so se sentirei finalmente un sospiro di sollievo. O forse ne sarebbe quasi delusa.

Ci abituiamo persino alle preoccupazioni, ci affezioniamo. Non potrei mai portare il peso di non essere più un pensiero per lei: questo le porterebbe ancora più pensieri.

In fondo al mezzo, un ragazzo stringe un mazzo di fiori esagerato, quasi buffo. I fiori sono un po’ stropicciati, come se li avesse protetti da qualcosa. Non sembra felice. Forse va a scusarsi. Forse è un addio. Mi colpisce la fragilità di quel gesto: fiori troppo grandi, tenuti da mani troppo giovani.

Mi chiedo se anche lui si sia svegliato prima del solito. O se, piuttosto, non abbia dormito tutta la notte, aspettando quel messaggio o quella telefonata. I suoi occhi stanchi parlano chiaro.

Alla fermata successiva, si alza e scende. Lo vedo attraversare la strada, con il mazzo di fiori che ondeggia goffamente sotto il braccio.

Poi sparisce dietro un angolo, e con lui anche il mio piccolo frammento di storia.

L’autobus riparte. Resto a guardare il posto vuoto, come si guarda una scena dopo il sipario.

Mancano ancora poche fermate. Guardo il telefono. C’è un messaggio: “Nina, dobbiamo parlare. – S.”

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