40°55′ N - 14°12′ E
Mi rigiro nel letto.
Da quando sono qui faccio fatica ad addormentarmi. Nonostante le giornate trascorrano in una bolla di serena esplorazione e moderato spirito d’avventura, la sera mi assale l’inquietudine.
Decido di alzarmi. Mi infilo i pantaloni e la giacca a vento. Prendo le chiavi e mi chiudo dietro la porta. Il pittoresco centro cittadino è praticamente deserto a quest’ora. I negozietti di souvenir con le insegne coperte e le entrate sprangate. Non apriranno ancora per almeno altri 5 mesi. Imbocco la stretta scalinata e scendo giù verso il porto, dove spero di incontrare qualche locale ancora aperto. Ne trovo uno che, nonostante l’ora, pare abbia ancora qualche cliente da servire. Subito fuori l’entrata, un paio di ragazzi sorseggiano da calici mezzi vuoti, impegnati in una svogliata conversazione, mentre fumano l’ultima sigaretta della serata.
Abbandono l’idea di cercare un bar disposto a prepararmi una tisana o, che so, una cioccolata calda, e mi infilo nel locale. È uno di quei posti stretti e scuri dove è facile infilarsi e scomparire. Il bar si sviluppa in lunghezza: a sinistra c’è il bancone in legno con le bottiglie disposte ordinatamente e una serie di spillatori in bronzo per le birre. Sulla destra, un paio di tavolini sistemati in alcove ricavate dal muro sono occupati da un gruppo di amici. Le sedute sono divanetti di velluto verde. Il mood generale è a metà tra un pub sperduto del Connemara e una vineria chic all’italiana.
Mi siedo al bancone e il barista è quasi subito da me. Chiedo una Wiess e procede subito a spillarmela. Guardo la schiuma bianca e mi chiedo che cavolo ci faccio con una birra che fino a 5 minuti fa neanche volevo. Il mio stomaco è incerto, protesta ma inizio a mandarla giù e in meno di un minuto sono già a metà pinta.
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