38° 05′ 15″ N – 15° 29′ 56″ E
La lettera è corta. Poche righe, inchiostro blu quasi svanito. Una data in alto a destra: 14 marzo 1999.
“Ciao. Non so bene perché vi scrivo. Forse perché non ho nessuno a cui dirlo. Ho conosciuto una persona. Non so ancora cosa sia, ma so che mi ha cambiato qualcosa dentro, nel modo in cui guardo le cose. Si chiama Nina. E non lo sa.”
Resto ferma. La carta tra le dita ha la consistenza di qualcosa che non avrebbe dovuto sopravvivere. Eppure è qui.
Ottavio. Sedici anni, forse diciassette. Il banco in fondo all’aula, la sua risata troppo grande per quella stanza. Io che non sapevo di essere Nina finché lui non me lo aveva detto.
Non lo sa, aveva scritto. E aveva ragione. Non lo sapevo.
Piego la lettera con cura, quasi avessi paura di romperla. La rimetto nella busta. Poi resto lì, seduta sul pavimento dell’archivio, tra le cassette e gli scatoloni, con la schiena appoggiata allo scaffale metallico e un silenzio addosso che non sento da anni.
Penso a Sara. Al messaggio. A quella voce in diretta che parlava di sabbia e di cose sepolte.
Penso che forse non è una coincidenza. Penso che forse lo è, e che sto solo cercando connessioni dove non ce ne sono, come faccio sempre quando ho troppo poco sonno e troppi pensieri.
Mi alzo. Raccolgo la busta e la porto con me.
Fuori dall’archivio, il corridoio è vuoto. Dal fondo arriva il rumore sordo della regia, qualcuno che parla a bassa voce. La giornata va avanti senza aspettarmi.
Torno alla scrivania. Apro il computer. Il foglio bianco è ancora lì.
Scrivo una sola riga: Le storie che non abbiamo mai raccontato.
Mi fermo. La rileggo. Poi aggiungo: E le persone che non abbiamo mai smesso di essere.
Forse è questa, l’idea per il progetto. Forse no. Ma per la prima volta da stamattina il foglio non mi sembra più una sfida. Mi sembra un inizio.
Il telefono vibra sul tavolo. Un messaggio. Numero sconosciuto.
“Marianna. So che hai trovato la lettera. Dobbiamo parlare. – O.”
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