41.0692° N - 14.1741° E
Il messaggio resta lì, sullo schermo, come una pietra lanciata in uno stagno calmo.
“Nina, dobbiamo parlare. – S.”
Chi è “S.”?
Le dita scorrono sul telefono, incerte, come se potessero trovare da sole una risposta
nascosta nei dettagli. Nessuna foto profilo. Nessuna indicazione.
Un numero salvato anni fa? Un nome dimenticato?
E poi: Nina.
Nessuno mi chiama così da… troppo tempo.
Ripenso alla voce di Sara, alla chiamata di poco fa.
Possibile che “S.” sia ancora lei? Ma qualcosa non torna.
Troppa insistenza. E poi quel silenzio improvviso, sospeso.
Apro la chat. La richiudo.
Ancora.
Alla fine, lo schermo torna nero.
E io sento un brivido salire piano, come una corrente d’aria in una stanza chiusa da
troppo tempo.
Non voglio farmi prendere dal panico.
Non ancora.
Scendo dall’autobus e mi fermo.
L’aria è cambiata. Non è solo fresca: ha un odore.
Di pioggia in arrivo.
Di terra bagnata.
Di qualcosa che si è mosso nell’ombra.
Oggi in radio parleremo di sogni lasciati a metà.
Ma io continuo a pensare a quel messaggio. A quel nome.
“Nina, dobbiamo parlare.”
Come se sapesse.
Come se fosse solo l’inizio.
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